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balconi e distanze minime


Oggi un breve post per approfondire un tema un po di nicchia, ma talvolta determinante: posto che la norma nazionale, nel DM 1444/68, allart. 9, sancisce che vi debba essere una distanza minima di 10 metri "tra pareti finestrate", che cosa succede se in queste facciate sono presenti elementi sporgenti, tipo balconi, cio� oggetti che non compongono necessariamente la "parete finestrata" intesa come elemento di confine tra spazio interno e spazio esterno?



la risposta a questo quesito non pu� che essere trovata attraverso la giurisprudenza. Cercando tra le varie sentenze, se ne trovano molte che gi� indicano una tendenza interpretativa univoca, e cio� che il balcone debba essere considerato un elemento compenetrato nella facciata stessa, e, in quanto tale, concorre alla determinazione del limite entro cui calcolare la distanza minima di legge. Una tra le sentenze recenti che ha trattato il tema pi� nello specifico � cass. sez II civ. 4344/2013, dove si legge a pagina 8, primo capoverso, che cos� recita:
Da ci� si ricava che, dovendo, come visto, considerare il corpo aggettante formare un tuttunico con ledificio principale e non essendo dubbio che questo prospetti "pareti finestrate" al confine della costruzione successivamente edificata, avrebbero dovuto essere rispettati i limiti di dieci metri tra la parte esterna dello sporto e la frontistante parete; deve pertanto darsi risposta negativa al quesito ex art. 366 bis cpc cos� formulato:
" Dica la Suprema Corte se lestremit� di un colpo aggettante, avente la consistenza di un terrazzo, possa essere equiparata, ai fini del rispetto delle distane previste dallart. 9 d.m. 2.4.1968, ad una "parete finestrata"
Sempre nella stessa sentenza, poi, si richiama un altro concetto importante (pag. 7, ultimo capoverso), relativo a cosa succede nel caso in cui si abbia una parete che ha le finestre solo da un lato, lasciando un altro lato "cieco": in questo caso infatti ci si pu� chiedere quale distanza vada rispettata, o, meglio, se la distanza dei 10 metri vada rispettata "rispetto a tutta la parete" o se non piuttosto "dalle singole finestre". La sentenza richiama la precedente 14953/2011 sez. unite che cos� recita:

[...] esige in maniera assoluta losservanza di un distacco di almeno 10 metri per il caso di "pareti finestrate", senza alcuna distinzione tra i settori di esse, secondo che siano o non dotati di finestre: distinzione estranea al testo della norma, che si riferisce complessivamente alle "pareti" e non alle finestre. � destinata infatti a disciplinare le distane tra le costruzioni e non tra queste e le vedute, in modo che sia assicurato un sufficiente spazio libero, che risulterebbe inadeguato se comprendesse soltanto quello direttamente antistante alle finestre in direione ortogonale, con esclusione di quello laterale: ne conseguirebbe la facolt� per i Comuni di permettere edificazioni incongrue, con profili orizzontali dentati a rientrare e sporgere, in corrispondenza rispettivamente dei tratti finestrati e di quelli ciechi delle facciate
Altra sentenza (sempre ricercate fra quelle pi� recenti, perch� andando indietro nel tempo se ne trovano anche molte altre sul tema) significativa � cass. sez. II civ. 17242/2010, che a pagina 9, secondo capoverso, cos� recita

La decisione � corretta, avendo i giudici fatto puntuale applicazione del principio elaborato dalla giurisprudenza di legittimit�, secondo cui in tema di distanze fra edifici, mentre rientrano nella categoria degli sporti, non computabili ai fini delle distanze, soltanto quegli elementi con funzione meramente ornamentale, di rifinitura od accessoria, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le canalizzazioni di gronda e simili, costituiscono corpi di fabbrica, computabili nelle distanze fra costruzioni, le sporgenze di particolari proporzioni, come i balconi, costituite da solette aggettanti anche se scoperte, di apprezzabile profondit� ed ampiezza


Nelle sentenze, la Corte fa sempre riferimento al fatto che i dieci metri minimi imposti dal DM 1444/68 servono a garantire igiene e salubrit� sia agli ambienti interni delle abitazioni, sia agli spazi interstiziali tra fabbricati. Successivamente alla norma del 1968, riguardo la salubrit� degli ambienti, nel DM sanit� del 1975 (recepito per esempio anche dal regolamento edilizio di Roma Capitale gi� in quegli stessi anni) si � stabilito che gli edifici di nuova costruzione debbano essere progettati in modo tale che gli ambienti di abitazione dovessero avere un fattore medio di luce diurna superiore al 2%: il rispetto di questo fattore spesso implica che due edifici frontestanti non possano essere troppo vicini (questo valore � influenzato dalla "porzione di cielo" visibile dalla finestra da dentro la stanza) e dunque diciamo che i due limiti, quello dei 10 metri e quello del fattore medio di luce diurna, sono entrambi limiti minimi vincolanti ed inviolabili.

per il tema di cui trattasi risulta altres� importante la recente sentenza del Consiglio di Stato sez. IV num. 5552 del 30 dicembre 2016 che sullo stesso tema cos� recita:
4.2.2. � invece fondata la seconda subcensura sopra richiamata.
Al riguardo, la Sezione non ignora l�esistenza di precedenti che, muovendo da una rigorosa qualificazione delle norme del d.m. nr. 1444/1968 in termini di disposizioni di ordine pubblico, traenti la propria fonte direttamente dalla legge primaria (e, segnatamente, dall�art. 41-quinquies, comma 2, della legge 17 agosto 1942, nr. 1150), esclude che le stesse possano essere derogate dagli strumenti urbanistici generali, le cui prescrizioni pertanto, ove contrastanti con le predette norme, devono essere disapplicate dal giudice.
Tuttavia, esiste un diffuso, recente e specifico indirizzo in tema di calcolo dei balconi e degli sporti ai fini delle distanze degli edifici, dal quale in questa sede si ritiene di non doversi discostare, che ammette che i detti elementi architettonici possano non essere compresi nel computo delle distanze di cui al ridetto art. 9, d.m. nr. 1444/1968, qualora vi sia una norma di piano che ci� autorizzi e a condizione che si tratti di balconi aggettanti, estranei cio� al volume utile dell�edificio (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 5 gennaio 2015, nr. 11; id., sez. IV, 22 novembre 2013, nr. 5557; id., 7 luglio 2008, nr. 3381).
Tale ultimo orientamento appare invero coerente con la ratio stessa della previsione delle distanze minime fra edifici, che come noto � quella di evitare la creazione di intercapedini pregiudizievoli o pericolose per la salubrit� pubblica: nel senso che siffatta evenienza si ritiene possa escludersi in via presuntiva, e salvo prova contraria da fornirsi da parte di chi impugna o contesta la disposizione urbanistica, laddove gli elementi architettonici de quibus abbiano le suddette caratteristiche.

Ci possono essere dunque dei regolamenti edilizi o dei piani regolatori che espressamente prevedono la possibilit� che i balconi stiano allinterno della distanza minima prescritta tra gli edifici (che pu� essere maggiore di quella minima di legge), ma, in ogni caso, la distanza tra sporti non deve essere inferiore a quella imposta dalla norma statale, che sovrasta sempre ed in ogni caso i regolamenti locali.

Dunque secondo questa recente sentenza, possono non essere computati ai fini del calcolo delle distanze quei balconi che sono esclusivamente delle solette aggettanti dal filo di facciata (sarebbero quindi in ipotesi da escludersi le logge o i porticati che hanno pilastri a sostegno dello sporto) e solo se ci si trova in un Comune o una Regione che ha espressamente normato allinterno delle proprie leggi o regolamenti o piani regolatori che detti elementi possono non essere considerati nel calcolo delle distanze. In tutti gli altri casi, quindi amministrazioni che non hanno normato la deroga o comunque balconi che non siano semplici solette armate aggettanti dal filo facciata, il filo del balcone deve essere considerato nel calcolo delle distanze. Per la cronaca, allo stato attuale delle cose, non mi risulta che la citt� di Roma preveda tale deroga nei propri regolamenti.

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